Il Vescovo Antonio ci scrive

Il diario del viaggio del vescovo Antonio nella regione dei Somali prosegue dalle giornate del 4 e del 5 febbraio…

5 febbraio 2016, S. Agata martire

Di buon mattino celebro l’Eucaristia, la mia breve riflessione è su Mc 6,14-29: martirio di Giovanni Battista.

Il mio primo pensiero è sul Battista: è messo in prigione per la franchezza di dire la verità al re. E’ compito del profeta. Ucciso per la passione di una donna e la debolezza morale del re. La domanda che condivido con la piccola comunità: perchè Gesù non è interviene, ma lo lascia languire fino ad essere ucciso così miseramente? Penso che Giovanni Battista è precursore anche nell’esito finale della vita di Gesù .

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Nel secondo passaggio della riflessione approfondisco il tema della martiria: seguire e testimoniare Gesù e la verità salvifica implica la disponibilità al martirio. Nel nostro tempo i martiri sono stati e continuano a essere molto numerosi. Ricordiamo in particolare i Monaci Trappisti di Thiberine, Charles de Foucauld, Annalena Tonelli… e tanti altri! In verità, prima che la vita fosse loro tolta, essi l’avevano già offerta, confermando con il sangue il dono compiuto. E’ una perfetta somiglianza con Cristo. Dobbiamo credere che, unito a quello di Cristo, il sangue dei martiri è come il chicco di frumento che, caduto in terra, porta molto frutto. Ecco qui anche noi, stamattina, abbiamo svegliato l’alba celebrando l’Eucaristia, qui attingiamo dal sangue di Cristo la grazia di seguirlo fedelmente e fare della nostra vita un dono a Lui e ai fratelli.

Trascorro la mattina nella casetta, tra studio della lingua, e la lettura di alcuni testi, intercalo tutto con la preghiera che mi accompagna sempre. Verso le 12.30 vedo Sorella B. e mi comunica che sorella J. ha continuato a interessarsi attivamente dei profughi. Le famiglie assistite dicono: “grazie a sorella J., in lei vediamo la Chiesa cattolica che per prima è venuta ad aiutarci!” Queste parole le ho sentite anche da altri. Ho detto a sorella J. che è bello ma non dobbiamo vantarci, abbiamo fatto solo il nostro dovere, per la grazia del Signore.

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Nel pomeriggio sorella B. viene a prendermi per condurmi all’incontro con le signore assistite. Il luogo è all’interno di una fila di abitazioni, perpendicolare alla strada. Ci sistemiamo seduti per terra sopra una coperta. Le donne sono una dozzina con i bambini più piccoli. C’è un laico, che sa l’inglese e fa il traduttore, è un cristiano che si presta volentieri per questo servizio. Sorella B. mi ha chiesto di scegliere un brano del Vangelo; ho scelto Gv. 8, 1-11 l’episodio della donna perdonata, con l’intenzione di far riflettere sulla condizione della donna e l’atteggiamento di Gesù. All’inizio sorella B., conoscendo il gruppo, chiede di mettere da parte ogni diverbio ed essere in pace. Fra le presenti, due hanno litigato e continuano ad insultarsi; la cosa, mi viene detto, è abbastanza frequente. Con un po’ di pazienza riusciamo a ottenere che si riconcilino e si stringano la mano.

Il laico legge il brano del Vangelo in lingua aramaica e poi ne riprende i punti principali. Quindi intervengo io in inglese, con relativa traduzione, cercando di spiegare il suo significato, sia per quanto riguarda la condizione in cui era considerata la donna e specie l’atteggiamento di Gesù di liberazione della donna, riconoscendole la sua pari dignità con l’uomo e donandole il perdono.

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Invito ad allargare la riflessione a tutte le signore presenti per sentire la loro comprensione del brano evangelico, la loro reazione e l’applicazione al vissuto sociale e religioso odierno. Diverse di loro intervengono; la mia impressione è che non è facile comprendere da parte loro, ma sento, nelle loro brevi espressioni, che qualcosa di nuovo è entrato nella loro cuore. Al termine della nostra condivisione, preghiamo il Padre nostro, dandoci la mano.

Dopo l’incontro andiamo a visitare una giovane donna che non è venuta perchè ammalata. Dopo averla trovata la conduciamo ad un vicino presidio medico, una specie di ambulatorio. Ci accoglie con molta cortesia il medico, cattolico. Visita la donna e le chiede di tornare l’indomani per un test. Parlando un po’ ci presentiamo, ci dice che domenica verrà molto volentieri alla s. Messa.

A casa sorella J. ripensando alla piccola catechesi ha commentato: “nessuno ha mai insegnato delle verità importanti e rivolto la parola a queste donne per aiutarle a pensare e riflettere”.

Un semplice incontro, rifletto, ha assunto per me un grande significato e valore in questi primi giorni dell’esperienza nella città di Gode.

6 febbraio

Oggi, sabato, il gruppo oggi non viene per il lavoro e la scuola. Così la piccola comunità fa un giorno di ritiro spirituale. Iniziamo la giornata di spiritualità celebrando l’Eucaristia alle 7.45, riflettendo su Mc 6,30-34.

Gesù “vede“ la folla e “his heart was moved with pity for them“. Vede con il “cuore”; vede le necessità primarie e i problemi delle persone, è lui il buon Samaritano. La com-passione e la misericordia di Gesù per questo popolo, ma anche per noi. La sua com-passione giungerà al vertice sacrificando la sua vita per noi.

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Come seconda riflessione propongo di approfondire “come un gregge senza pastore“. Al tempo di Gesù, c’erano di per se dei pastori; ma i profeti (cf. Ezechiele) li hanno aspramente rimproverati per il loro comportamento. Le parole di Gesù sono di grande attualità oggi, sia perchè mancano i pastori e sia anche perchè quelli che sono costituiti pastori non lo sono secondo il cuore di Gesù. Chiedo di pregare per questa particolare intenzione. Ci inoltriamo nella nostra giornata di deserto con “insegnava loro molte cose“. Ci mettiamo in ascolto, alla scuola del maestro, spezziamo il pane della Parola e il pane della Carità.

Trascorro la giornata in preghiera, meditazione e studio.

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