Dal mio diario…

 

Gode, città al confine

Dal 3 al 10 febbraio ho viaggiato verso la città di Gode, e ho soggiornato in questo centro, situato nella Regione dei Somali. Vi sono andato per sostituire un prete temporaneamente assente.

Ma prima di descrivere la mia permanenza ritengo opportuno premettere alcune informazioni per conoscenza.

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Alcune notizie utili

La Regione dei Somali è ubicata nel territorio est dell’Etiopia, sul  cosiddetto “corno d’Africa“, ed è una delle nove regioni in cui è suddivisa la Repubblica Federale di Etiopia; ogni regione ha un proprio parlamento e un suo governo locale. La popolazione dei Somali è della stessa etnia dei Somali della Somalia e venne incorporata nello Stato etiopico nel XIX secolo.

La grande maggioranza della popolazione è di religione islamica e risente dell’influsso della confinante Somalia. Il capoluogo della Regione è la città di Jijiga, vicina al confine con la Somalia.

Sotto il profilo ecclesiastico, la popolazione dei Somali si trova suddivisa in due Vicariati apostolici: di Harar e di Hawasa e nella Prefettura apostolica di Robe. In tutta l’estensione della regione esiste un’unica minuscola comunità cattolica con un solo presbitero, e si trova precisamente a Gode. Questa cittadina ha circa 40.000 abitanti, di cui la maggioranza è formata da Somali e musulmani; c’è una chiesa ortodossa e qualche nucleo protestante.

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Come un pellegrinaggio

Ho intrapreso questa visita come un pellegrinaggio, siamo infatti nell’Anno del Giubileo, e in questo percorso particolare mi sono ispirato a tre figure: la Beata Liduina Meneguzzi, vissuta e morta a Dire Dawa, Annalena Tonelli, che ha operato e offerto la vita in Somaliland e Charles De Foucauld, vissuto in un contesto molto simile.

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3 febbraio

Alle 7.30 ho preso l’aereo ad Addis Abeba alle 7.30. L’aereo ha fatto un primo scalo dopo circa 45 minuti a Dire Dawa. Dopo uno sguardo veloce alla città, ho ricordato e pregato la beata Liduina. Un breve volo di circa 20 minuti e un altro scalo a Jijiga; breve sosta e il volo riprende per la tappa conclusiva a Gode, dove atterro verso le 10.30.

Ad attendermi c’è Sorella J. che ho già conosciuto ad Addis Abeba; si ispira a Madre Teresa di Calcutta ed ha fatto la scelta di vivere e di testimoniare l’amore di Dio tra i più poveri e abbandonati. Uscendo dall’aeroporto, controllato strettamente dai militari, avverto subito un clima diverso dai grandi altipiani da dove arrivo, un caldo torrido sopra i 30° arrivando fino ai 35-36 gradi.

La sorella mi conduce alla casetta dove alloggia il sacerdote: semplice, essenziale, ma con una presenza meravigliosa: Gesù presente nell’Eucaristia, e questo mi dona subito un senso di sicurezza.   Dopo un breve riposo, vado nell’edificio dove vive la sorella con due giovani e dove accolgono un gruppo di donne per lavori manuali e un po’ di istruzione.

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La strada è polverosa; vedo la povertà delle abitazioni, accostiamo velocemente le mura della prigione. L’edificio dove arriviamo è situato alla periferia della città, vicino al fiume Wabi Shabelle. Saluto la giovane B. mentre S. sta riposando; ambedue avevo già conosciuto nella capitale e ammiro per la  scelta ardita che stanno compiendo.

Incontro poi le donne che sono qui ospiti quotidianamente: provengono da situazioni di sfruttamento e ora stanno ritrovando la loro dignità. I loro bambini stanno in una stanza accanto, semplicemente custoditi da una signora; purtroppo non si è trovato una maestra per loro. Ci vuole poco per entrare in sintonia con i bambini: gioco con loro e subito si affezionano anche se non dico una parola nella lingua somala.

Verso le 12.30 sorella B. le accompagna in auto nel loro quartiere, vado con loro; qualcuna conosce la lingua oromo e così posso instaurare una breve conversazione. Rientrati, ci rifocilliamo e

verso le 18.30 celebro in inglese l’Eucaristia nella cappellina. Ho un’intenzione particolare per la s. Messa è per l’evangelizzazione dei popoli, e specificamente per i Somali e per la piccola comunità cattolica. Nella mia breve riflessione dico che qui si rivive il mistero di Nazareth, riferendomi anche a C. de Foucauld .

Dopo questo momento di preghiera prendiamo un pasto frugale insieme, poi ognuno ritorna nella sua abitazione. Trascorro abbastanza tempo a pregare e meditare seduto sul pavimento davanti al tabernacolo. Ringrazio e lodo il Signore per questa giornata e per trovarmi in questo luogo così unico.

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4 febbraio

Ho trascorso la notte tranquillamente, non c’è bisogno di alcuna coperta! Mi alzo alle 5.00 e prego le lodi. Alle 6.15 sorella J. passa a prendermi per celebrare l’Eucarestia nella loro cappella. Nella mia semplice riflessione su Mc 6, 7-13 (la missione pre-pasquale dei 12) ho condiviso alcuni pensieri che portavo nel cuore:

1) E’ Gesù che invia i discepoli. Il missionario – come dice la stessa parola – è tale e autentico se è inviato da Gesù e deve coltivare la consapevolezza di essere inviato dal maestro. Gesù invia dopo che si è stati con Lui e si è acquisita l’esperienza della Persona di Gesù ( Cfr. Mc 3,14 e Gv. 1).

2) Il missionario dev’essere e presentarsi povero nel vestire e nei mezzi. Perchè deve apparire chiaramente che egli è rivestito della grazia e della forza del Signore, che Dio opera in lui e attraverso di lui.

3) Il contenuto della missione. E’ lo stesso dell’annuncio di Gesù: “Il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete nel Vangelo“ ( Mc 1,15 ).

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Dopo la colazione si va a prendere le signore. Mentre esse lavorano, io mi sistemo a parte, mi applico allo studio dell’oromo, prego e gioco un po’ con i bambini. Mi commuove una giovane donna che viene a salutarmi col sorriso dicendo qualche parola in inglese.

Quando stiamo per riportarle a casa, arriva una richiesta pressante a Sorella J. di aiuto per una donna del campo profughi che è incinta e sanguina. Partiamo subito, il campo profughi si trova nella periferia della città, in un sito molto arido; sono sistemati in modo precario sotto dei ripari formati da quattro pali coperti di frasche e stracci; dentro c’è qualche giaciglio sulla nuda terra.

Provengono da un’altra regione, dove ci sono stati scontri per questioni di terra e bestiame. Sono oltre un centinaio di famiglie, alcune sono sistemate in case in città. Sorella J. è ammirevole nell’affrontare la situazione anche come esperta infermiera : entra nella misera capanna,  poi parla con la donna e quindi la facciamo salire in auto per portarla all’ospedale.

Arriviamo all’” Emergency “, ma da qui ci mandano al reparto “Delivery“. Fino a che arriva il medico, volgo lo  sguardo qua e là a qualche reparto; lascio immaginare il livello ospedaliero. La diagnosi del medico, a detta di Sorella J, competente, è che il bambino sta bene e la donna soffre di acuta dissenteria. Meno male! Rimane ricoverata, e la sorella paga per le cure e le medicine.

Viene spontaneo chiedersi: perchè chiamano Sorella J. e non altri?

Torniamo a casa, dove intanto B. molto premurosa, ci ha preparato un po’ di pranzo e posso bere dell’acqua fresca. Ma quanta impressione mi fa questa miseria, comparandola con l’opulenza del mondo ricco di benessere! E quanti interrogativi lancinanti mi provoca! Li porto nel pomeriggio nella preghiera di adorazione davanti al Signore.

Intanto sorella J. muove mari e monti non solo per quella povera donna musulmana, ma anche per  altri profughi. Ha fatto appello al Segretariato cattolico diocesano e a varie istituzioni, al CRS ( Catholic Relief Service) degli USA e  a Missio Austria. Non son passate che un paio d’ore e nel pomeriggio la sorella è andata ancora all’ospedale. Rientrando alla sera ci diceva: abbiamo fatto umanamente il possibile, adesso lasciamo fare a Gesù. Questa testimonianza mi tocca profondamente. Ho visto chi è una missionaria della carità; missionaria della fede che opera attraverso la carità. Respiro profumo di Vangelo e ringrazio il Signore per questa pagina bellissima.

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Riflessione: la carità universale porta di pre-evangelizzazione e umanizzazione

Con Sorella J. parliamo del “ metodo “che viene adottato”. In questo contesto socio-culturale-religioso si è dell’avviso che attualmente non è possibile proporre esplicitamente la fede cristiana. Alle donne che vengono per lavoro e un pò di istruzione, si propone liberamente e in un luogo distinto, in pratica nelle loro abitazioni, un incontro settimanale di lettura e preghiera. La porta di ingresso è la carità. Questo suppone che si abbiano dei mezzi per aiutare concretamente, e ciò viene dal di fuori. Quello che importa è che si veda che chi dispone di questi mezzi li mette al servizio delle necessità dei poveri, senza guardare all’etnia e alla religione, una carità universale e per questo divina.

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Altra riflessione è che si discerne un bisogno previo di “umanizzazione“ come condizione per l’evangelizzazione, e questa può rappresentare essa stessa una via di umanizzazione. Il livello culturale è molto basso e i comportamenti sono per lo più istintivi. II concetto di matrimonio cristiano non esiste. Nessuna delle donne che sono accolte è sposata. Occorrerà dunque del tempo per la “ praeparatio evangelica “. Dio stesso non ha forse disposto l’Antico Testamento, l’ elaborazione della cultura greca e l’impero romano per la venuta del Messia? Ho detto a sorella J. che anche C. de Focauld era dello stesso avviso riguardo all’evangelizzazione dei Tuareg, ed è rimasta stupita per questa nuova pagina che sta scrivendo.

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