La nascita di una nuova comunità cristiana cattolica

Gerusalemme e una nuova Antiochia

Sorge l’alba del giorno del Signore! E’ la domenica 19 giugno 2016, e seguendo il calendario liturgico della Chiesa Etiopica qui si celebra la solennità di Pentecoste, è nata a K. una nuova comunità cristiana cattolica. Il primo annuncio del Vangelo in questa località è avvenuto ad opera di P. Angelo Antolini, quand’era parroco di Kofele, oggi responsabile della prefettura di Robe. La sua opera è stata così raccolta dal confratello P. Bernardo Coccia, cappuccino, sempre proveniente dalla chiesa di Kofele. Arrivato dall’Italia agli inizi di settembre dell’anno scorso, con già appresa qualche parola di Oromo durante l’estate e con un buon inglese, ho preso da loro il testimone, aiutato da Jamal, un catechista di Kofele, e dal caro fratello cappuccino Matteo. Ora dopo nove mesi capisco quanto importante questo nostro andare quasi settimanale, noi tre insieme, coordinandoci, come segno di una chiesa, povera e semplice, ma che va e annuncia! Ma con la preghiera eravamo lì ogni giorno, 60 km che il cuore percorreva in un battito d’ali e ci riempiva di speranza. Dopo aver cercato di conoscere la condizione di ciascuna persona che frequentava gli incontri di preghiera e catechesi (età, cultura, situazione familiare…), abbiamo ammesso coloro che ne presentavano i requisiti al catecumenato e gli altri al pre-catecumenato. Il rito di ammissione si è svolto il 23 novembre 2015. Nella preparazione a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana abbiamo seguito il percorso proposto dal RICA (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti), con adattamenti alla cultura e alle situazioni locali. Non era difficile rendersi conto che catecumeni e pre-catecumeni provenivano dai più poveri tra i poveri. Il Signore è grande nella sua bontà, e via via che curavamo la loro formazione, sentivamo che erano un dono. Prezioso!

La vera carità fraterna

Qualcuno non aveva niente, piedi scalzi, nemmeno un paio di sandali. L’indigenza, a volte il freddo e la pioggia non li tenevano lontano dagli incontri, anzi, ci incoraggiano a non demordere e continuare. Via via che i mesi passavano abbiamo avviato una forma di micro-credito per chi non aveva nemmeno di che mangiare, provveduto per tutti a far avere una calzatura, e aver condiviso con tutti l’affitto dell’abitazione (una povera capanna) ad una vedova. Rileggo, tra le tante pagine, in questi giorni post-pasquali gli eventi della prima comunità di Gerusalemme (Atti 11, 27-30), il fervore della nuova comunità di Antiochia, la colletta che lega queste chiese, oggi potremo chiamarla un buon principio di sussidiarietà, oppure evangelicamente e semplicemente fraternità! Perché l’annuncio del Vangelo va sempre così, è preceduto dall’amore attento e fraterno, e ciò che ne consegue è la carità e i suoi gesti più belli, spesso nascosti, spesso anche indicibili.
Qui la pratica delle opere di misericordia corporale ci interpella di continuo e il cuore non può restare insensibile di fronte a tante necessità. E si sperimenta che i poveri ci evangelizzano perché ci interpellano e ci provocano sul nostro benessere e sui nostri stili di vita.

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Una tenda biblica per chiesa

All’inizio del nostro andare ci avevano messo a disposizione una casupola quasi inabitabile anche secondo gli standard locali. Abbiamo pensato allora di renderla abitabile e nel frattempo, mentre si svolgevano i lavori, abbiamo collocato nello spazio libero una tenda capiente, anche perchè la stanza più grande della casupola era insufficiente per accogliere catecumeni e pre-catecumeni. E’ quasi superfluo dire il sentire biblico profondamente biblico che mi provocava l’entrare in quella tenda, quante immagini che mi affioravano dal sacro testo, soprattutto il celebre versetto giovanneo: “Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi“ ( Gv 1,14 ).

Una nuova Pentecoste

Per la celebrazione dei sacramenti dell’I.C. abbiamo scelto la solennità di Pentecoste, sia per disporre di maggior tempo di preparazione e sia perché Pentecoste è la pienezza del mistero pasquale e proprio nel giorno di Pentecoste ha preso avvio la Chiesa (Atti 2, 1-11), e qui ora veramente cominciava la “plantatio Ecclesiae“.
La solennità di Pentecoste e la celebrazione dei sacramenti dell’I.C. è stata preparata con una tre giorni di iniziative: il giovedì c’è stato ritrovo e la condivisione, il venerdì e il sabato più spazio e tempo per la preghiera e le catechesi.
Il sabato mattina in particolare abbiamo celebrato i tre riti:
– il rito dell’ “effata“
– l’esorcismo
– l’ ammissione alla Chiesa cattolica di persone provenienti da altre confessioni cristiane.
Poi si è letto, a brani, il Vangelo secondo Marco (Vangelo che secondo qualche esegeta veniva letto interamente nella Veglia pasquale), lasciando lo spazio per commentare e spiegare ciascun brano.

Accogliere è condividere

Un elemento di notevole importanza che merita di essere sottolineato è che agli incontri di venerdì e sabato hanno partecipato, insieme con P. Bernardo, molti membri dei consigli pastorali nascenti di Kofele, e delle comunità cristiane di Gode, Denda, Cacia, appartenenti alla parrocchia di Kofele, alloggiando a K. in piccole strutture di accoglienza. Il convenire, il partecipare, il celebrare insieme sono stati aspetti di particolare attenzione e di accoglienza nella comunità cristiana molto importanti, essi hanno incoraggiato i catecumeni stessi di K., si sono sentiti al centro attorniati come da una corolla, come da una corona! Ed essi stessi hanno potuto vedere come nasce una nuova comunità cristiana, prendendo l’impegno di continuare a sostenere questa nascente comunità e a continuare a svolgere l’opera di evangelizzazione nel territorio. Infatti, dopo aver messo in luce come ogni battezzato e confermato nello Spirito, dev’essere un testimone del Signore e cooperare all’evangelizzazione (riferimento a At 1,8; 13,1.3 ), ho voluto conferire ad alcuni di loro un “mandato missionario “. Se dai Paesi dell’antica cristianità non ci vengono più missionari (e di questo ci si dovrebbe interrogare e anche un po’ inquietare), noi ci proponiamo di formare laici che siano “discepoli missionari“, come ha auspicato e chiesto Papa Francesco ( cf. Esortaz. Apost. EG n.120).

Una domenica indimenticabile

Il clima degli incontri è stato di fraternità, espressa anche dal pasto condiviso, un bell’entusiasmo e una grande gioia hanno pervaso le nostre ore vissute insieme, manifestati in alcuni momenti da canti e danze locali e popolari.
La liturgia di Pentecoste, dopo questa preparazione, si è svolta in un clima intenso di preghiera, dalle ore 9 fino alle 12.30 circa, con l’ascolto della Parola, la celebrazione dei sacramenti del Battesimo, della Cresima, dell’Eucaristia.Queste ore hanno segnato con intensità il cuore di tutti noi!
La comunità cristiana cattolica è formata ora da 36 persone; un piccolo seme che ha bisogno di essere rafforzato con la mistagogia: per crescere, portare frutto ed espandersi .
Un particolare che mi ha colpito: tra i poveri c’è sempre un più povero e non viene lasciato mai solo! Infatti alla presentazione delle offerte, si è fatta una colletta particolare per una mamma il cui figlio aveva avuto un incidente stradale e aveva dovuto essere ricoverato all’Ospedale di una città vicina. La celebrazione della prima Eucaristia aveva già portato il suo frutto, ha evidenziato che la celebrazione è autentica quando porta ad esprimersi in gesti di carità fraterna.
A seguire non poteva mancare il pranzo comunitario! Una condivisione aperta al domani, fiducioso nel cuore di questi uomini e donne che si sono lanciati in questa storia bellissima, sono una manciata di lievito, un pizzico di sale, una luce piccola ma intensa per questo grande territorio. Sono loro i discepoli sono loro i missionari che il Signore ci regala.

Sulla strada del ritorno

Ormai si fa tardi, l’esperienza di Emmaus l’abbiamo vissuta interamente e abbiamo riconosciuto i suoi segni, abbiamo visto il Risorto tra i volti di questi fratelli e sorelle.
Fratel Matteo guida sicuro, la gioia vince ogni fatica, ringrazio il Signore per questi compagni di viaggio che mi custodiscono e condividono con me questi semi di vangelo. Sgrano il mio rosario di spago nero, e guardo l’orizzonte che si sta silenziosamente imbrunendo. Affido a Maria, Madonna del cenacolo di Gerusalemme, questa nuova comunità cristiana, perché la custodisca, la protegga, l’accompagni!
Chiudo questo breve diario di un giorno indelebile nel mio cuore di semplice apostolo del Vangelo. C’è una gioia indicibile in me, il Signore attraverso le nostre piccole scelte ha fatto nascere una nuova comunità cristiana che si è aggiunta al corpo della Chiesa Cattolica sparsa nel mondo intero. L’esperienza vissuta ci ha fatto sentire che lo Spirito Santo opera e davvero continua a soffiare forte e profuma di Vangelo questa terra, questa mia cara terra etiopica. Per questo abbiamo piena fiducia, siamo contenti e andiamo avanti.

+ Vescovo Antonio

Un nuovo paradigma di missione

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di don Andrea Toniolo*

*Responsabile del Servizio nazionale per gli Studi superiori di Teologia
e di Scienze religiose della Conferenza episcopale italiana
Lo scorso maggio, ho avuto la possibilità di visitare la prefettura di Robe, situata a sud dell’Etiopia, accompagnato dallo stesso prefetto, p. Angelo, un cappuccino originario delle Marche, in Etiopia da più di trent’anni: una vita dedicata ai poveri dell’Africa e al vangelo.

In quel territorio, grande un terzo dell’Italia, si è “ritirato” a fare il missionario il vescovo emerito di Padova, mons. Antonio Mattiazzo. 
Sono rimasto sorpreso dal vigore e dall’entusiasmo con cui mons. Antonio si dedica all’attività missionaria. Dal diario delle sue giornate di semplice missionario – memorabile il racconto dei primi catecumeni giunti al battesimo e preparati settimanalmente per un anno dalle sue catechesi – emergono i tratti essenziali di una chiesa che è agli inizi: poverissima, ma ricca della forza del vangelo.
In una fascia di terra abitata da più di tre milioni di abitanti, la maggioranza dei quali musulmana, ci sono 850 cattolici, 3 frati cappuccini, un prete “fidei donum” di una piccola diocesi italiana, il vescovo emerito di Padova, due comunità di suore. Tutto qui. Eppure in quel contesto riprendono vita e si rianimano le parole del mandato missionario di Gesù.

«L’attività missionaria rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa e la causa missionaria deve essere la prima. Che cosa succederebbe se prendessimo realmente sul serio queste parole? Semplicemente riconosceremmo che l’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa… Questo compito continua ad essere la fonte delle maggiori gioie per la Chiesa: “Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7)» (Evangelii gaudium n. 15).

“L’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa”, con queste parole e senza mezzi termini, papa Francesco ci ricorda il nucleo vitale, il cuore pulsante della Chiesa e di ogni comunità cristiana.
Ma come tenere vivo questo paradigma? 
Molto dipende dallo scambio vivo e frequente con quelle terre dove il primo annuncio è la sfida principale, dove la pastorale ruota letteralmente attorno al mandato missionario di Gesù.
Nelle nostre diocesi si sente spesso dire che la carenza di preti e il calo delle risorse non rendono più possibile, come una volta, la missione “Ad gentes”, l’invio di preti “fidei donum”, il sostegno economico alle chiese più povere. Certo,  l’indebolimento delle vecchie chiese costringe a rivedere la missio ad gentes, pensata troppo spesso a senso unico.
Oggi, in realtà, la missione ad gentes serve molto più a noi, è una grande scuola per le antiche comunità cristiane, impariamo molto dalla freschezza e dalla essenzialità di quelle piccole, germinali comunità, come quella presente nella prefettura di Robe.
Alcuni anni di “fidei donum” di un prete diocesano sono un investimento straordinario che ritorna a vantaggio di una intera diocesi, come pure la testimonianza di un anziano vescovo, che spende le sue ultime energie per la missione.

Pensando alla povertà della missione dove mons. Antonio è andato a lavorare, mi viene in mente l’inizio del mandato missionario di Gesù: «La messe è molta ma gli operai sono pochi» (Lc 10, 1 ss.). Gesù comincia evidenziando la carenza di persone, la situazione di precarietà, di povertà, di pericolo, di impreparazione. Eppure dice: «Andate». Ne ha pochi, ma non li trattiene.
Anche le indicazioni molto concrete sono sorprendenti, non concedono neanche il minimo necessario (né borsa, né sacca, né sandali). Un altro tratto fondamentale della missione è l’essenzialità, la sobrietà.
Il vangelo viene annunciato soprattutto dalle persone, i mezzi poveri mostrano che la fede si trasmette da testimone e testimone, anche celebrando in una tenda o sotto un albero, come mostrano molte immagini dei missionari di Robe. La fragilità dei missionari e dei mezzi mostra la loro dipendenza dal Signore, la fiducia nella provvidenza, fa risaltare il tesoro del vangelo.
Un terzo elemento che contraddistingue il mandato missionario e che balza evidente in una chiesa germinale, degli inizi, come quella che ho potuto visitare, è il ruolo delle relazioni fraterne, innanzitutto tra i missionari, nei lunghi tempi africani, e poi con la gente, visitando le case, prendendosi cura dei malati, dei bisognosi, degli emarginati.
Quando visiti una missione ti accorgi subito del legame stretto tra annuncio del vangelo e promozione umana, o meglio cura della persona, che passa attraverso la visita alle famiglie, l’avvio di centri di salute, l’organizzazione di scuole.
Vangelo e carità, salute e salvezza costituiscono un binomio indissolubile; mostra, parafrasando l’antico adagio di Tertulliano, caro cardo salutis, che annunciare la salvezza significa prendersi cura di tutto l’uomo, soprattutto della carne debole e fragile, perché lì si mostra la forza salvifica di Dio.
Anche dialogo e annuncio sono due poli costitutivi della missione: solo in una relazione di fiducia, di ascolto, di stima, di rispetto dell’altrui cultura, religione e fede può innestarsi l’annuncio; le comunità cristiane di Robe sono circondata dall’islam, per fortuna ancora un islam moderato.
Solo in questo modo la fede non si diffonde per proselitismo ma per attrazione, mai con la forza o la violenza ma sempre come appello alla libertà. Il dialogo inteso sia come testimonianza che come scoperta delle rispettive convinzioni religiose è da considerarsi come uno degli elementi integranti e costitutivi della missione evangelizzatrice della Chiesa, come ci ricorda il bellissimo documento Dialogo e annuncio del 1991.
La pagina del mandato missionario evidenza un quarto elemento costitutivo, che balza agli occhi dal racconto del Vescovo Antonio: la gioia. Nasce dall’esperienza diretta di vittoria sul male e sulle sue tante manifestazioni, dall’accoglienza calorosa, dai grazie ricevuti, dai molti sorrisi, soprattutto dei piccoli, che sono la ricchezza più grande che i paesi poveri possiedono.
Ma come ricorda Gesù, la gioia vera viene dalla certezza che i nomi di coloro che danno la vita per il vangelo “sono scritti nei cieli”, ovvero nella memoria di Dio, che niente e nessuno possono cancellare.

Il contatto con una chiesa che inizia tiene desto il carisma dell’inizio, ricorda alle chiese più antiche i tratti essenziali della missione: la generosità che si manifesta nell’andare, l’essenzialità nello stile e nei mezzi, la cura per la relazione e per l’umanità concreta, la gioia del vangelo.
Ci riporta al carisma originario e costitutivo del mistero della Chiesa, rianima  la parola “missione”, assopita nei contesti tradizionalmente cristiani  oppure è relegata alla raccolta missionaria.
Qui invece è una parola viva, forte, piena di fermento: nei racconti di vita e nei volti dei missionari, nelle loro preoccupazioni e soddisfazioni, nei sorrisi e nella gioia dei nuovi cristiani e delle giovani comunità.

Una preghiera per i catecumeni di Kokossa

Domenica prossima – qui sarà Pentecoste – procederò a conferire i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana ai catecumeni di Kokossa.

Formeranno la prima comunità cristiana-cattolica della città.

Si tratta di un evento di grande importanza e testimonia come lo Spirito Santo agisce con l’opera dei missionari. Mostra inoltre le potenzialità che rimangono aperte in questo territorio per la “plantatio ecclesiae“.

Prepariamo i catecumeni con due giorni intensi di catechesi e preghiera il venerdì e sabato.

Ad essi si uniranno anche catecumeni e rappresentanti delle comunità di Kofele, Gode e Denda.

La celebrazione si svolgerà sotto una tenda ed anche questo è significativo.

Chiedo un particolare ricordo nella preghiera.

Grazie!

+ Abuna Antonio

(nella foto vediamo padre Angelo Antolini, prefetto apostolico di Robe)

Sulla strada quanti incontri!

Carissimi,

è sabato 14 maggio e abbiamo in programma la visita ai catecumeni della città di Kokossa per la preghiera e la catechesi in preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, che proprio nella solennità di Pentecoste (qui sarà il 19 giugno) riceveranno il battesimo. Personalmente ho seguito l’ultimo tratto del loro percorso formativo, tutto dettato dalla semplicità dei luoghi, dalle immense distese di erba verde che ci circondava, e noi sotto una tenda eretta per ogni occasione. Una piccola comunità che parte, non costruisce mura, ma annuncia la bellezza del Regno di Dio, leggero, come il soffio dello Spirito che ho raccolto dentro di loro. Accampati sulla riva di questo mare verde, pronti a salpare in ogni istante.

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Sono rientrato da poche settimane e mi dicono che il fuoristrada non è in buone condizioni! Oggi si rischia un po’ più del solito, la strada infatti a causa delle forti piogge in alcuni tratti è molto fangosa, se non sommersa totalmente dall’acqua. Ci affidiamo all’aiuto del Cielo e a Matthew, il fratello cappuccino, che è un abile autista; con noi oggi viaggia anche Jamal, un catechista.

Dopo la partenza ci uniamo in preghiera, ci prepariamo per la catechesi e condividiamo le intenzioni della giornata. Dopo alcuni chilometri la strada purtroppo è quasi interamente allagata, c’è solo uno stretto passaggio, dove si potrebbe tentare di passare. Un camion è finito nel fango ed si è bloccato; cosi pure un minibus con molte persone a bordo. Scendiamo e facciamo una ricognizione e fratel Matthew decide di tentare e con grande abilità riesce a passare il guado.

Ci fermiamo e uno dei guidatori del minibus ci chiede di aiutarlo a uscire dal fango dove si trova da ieri sera. La nostra macchina si avvicina con precauzione; attacchiamo una corda al minibus e Matthew, dopo alcuni tentativi, riesce a trascinare fuori il minibus. Un’impresa! Tutti i presenti, numerosi, applaudono contenti. Se non che il motore della nostra macchina si spegne improvvisamente. Ed è allora che il conducente del minibus che ci soccorre.

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È stato un bel gesto di solidarietà reciproca e tutti ci hanno ringraziato di cuore e col sorriso sulle labbra. Ripartiamo ad andatura molto lenta, la strada sterrata continua ad essere fangosa, ma confidiamo; un po’ alla volta comunque, man mano che avanziamo le condizioni della strada migliorano e non piove più. Dopo una decina di chilometri ci fermiamo a salutare Israel, un cristiano che ha eretto una casa-cappella, dove qualche volta ho celebrato e una volta ci ha soccorso col suo carretto. Condividiamo un po’ di latte, due parole, e preghiamo insieme il s. Rosario, affidando a Maria i nostri catecumeni. Mi apparto un po’, ritrovo un po’ di silenzio dopo queste ore di viaggio molto impegnative… ma solidali, ringrazio il Signore! Ripasso gli appunti sulla catechesi che devo tenere, chiedo e consulto Jamal sul mio scritto in lingua locale, l’oromo, se l’espressione va bene, se è giusta…

Gli Atti degli Apostoli qui li raccolgo a piene mani e con i miei occhi li vedo nuovamente scritti e realizzati.

Partiti alle 6.30 arriviamo a Kokossa dopo oltre tre ore, percorrendo una distanza di circa 60 km. Il gruppo ci attende sotto la tenda e dopo i saluti e i “convenevoli”, cominciamo la preghiera. Quindi spiego loro la prima parte del Padre nostro e ripassiamo i dieci comandamenti. Al termine recitiamo le invocazioni riservate ai catecumeni e li esortiamo ad essere fedeli e perseveranti. Poi Jamal, il catechista, spiega loro alcune cose pratiche e si informa sull’andamento del micro credito. Un’iniziativa particolare e bene accolta e condivisa. Questa esperienza risale al 24 marzo, e consiste in questo: dopo aver scelto i più poveri, e sono risultate dieci donne, abbiamo dato a ciascuna di esse 1000 birr (l’equivalente di circa 35-40 euro), con i quali esse hanno comperato una pecora, ma con l’impegno di riconsegnare, entro un anno, un agnello o qualcos’altro che, a sua volta, verrà consegnato a un altro povero.

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Al termine della catechesi abbiamo pensato di visitare la famiglia di una catecumena, assente quel pomeriggio, perché suo padre era morto. Fino a un certo punto abbiamo fatto il percorso con la jeep, poi era impossibile perché si scendeva in una valle dove scorreva un fiume e non c’era il ponte. Siamo andati a piedi per circa mezz’ora tra salite e discese sconnesse, fino ad arrivare alla capanna dov’era il defunto. Era la seconda volta, in questi mesi, che partecipavo a un lutto familiare. Come da tradizione non siamo entrati nella capanna, ma ci siamo seduti su di una panca all’esterno a dialogare con gli uomini. È uscita la figlia catecumena, mi ha abbracciato e si è seduta accanto a me. Il papà aveva 46 anni e abbiamo pregato per lui. Sono quindi arrivate un gruppo di donne cantando delle lamentazioni e ad esse si è unita la figlia e sono entrate nella capanna. Siamo rimasti ancor per poco; abbiamo poi pensato di lasciare un piccolo aiuto alla famiglia per questo momento, ho salutato e siamo ripartiti.

La nostra visita è stata ben accolta e molto apprezzata specie per aver condiviso fraternamente e nella fede questo momento doloroso. Nel ritorno ci ha accompagnato un uomo del villaggio indicandoci così un percorso migliore, è stato molto gentile! Jamal, da buon catechista, ha parlato con lui, spiegandogli chi siamo… Jamal non si è lasciato vincere in generosità e ha fatto già il primo annuncio, un vero esempio per me!

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Gli Atti degli Apostoli qui li raccolgo a piene mani e con i miei occhi li vedo nuovamente scritti e realizzati. In risposta quell’uomo ha detto che verrà agli incontri di preghiera e catechesi. È attraverso questi gesti e incontrando le persone camminando per la strada che si apre la via al Vangelo. Abbiamo ripreso la strada del ritorno a Kofale, non senza recitare un altro rosario, affidando a Maria, donna della prima evangelizzazione, la fatica e la gioia di questo giorno. La pioggia ha smesso e siamo andati un po’ più veloci; eppure la giornata non era ancora finita! Infatti dopo pochi chilometri prima di Kofele l’auto si è arrestata per un problema di batteria e del filo elettrico che fortunatamente siamo riusciti a risolvere. Per la strada abbiamo mangiato un tozzo di pane che avevamo portato in una bisaccia insieme con una borraccia di acqua. È stata una giornata veramente intensa, ricca di tanti incontri, colmi di vita e di luce, di umili annunci di fede e di pace. La presenza del Risorto era invisibile, ma l’abbiamo ben avvertita e toccata con mano nel cuore di fratelli e sorelle che il Signore ci ha posto accanto.

Il Vescovo Antonio ci scrive

Il diario del viaggio del vescovo Antonio nella regione dei Somali prosegue dalle giornate del 4 e del 5 febbraio…

5 febbraio 2016, S. Agata martire

Di buon mattino celebro l’Eucaristia, la mia breve riflessione è su Mc 6,14-29: martirio di Giovanni Battista.

Il mio primo pensiero è sul Battista: è messo in prigione per la franchezza di dire la verità al re. E’ compito del profeta. Ucciso per la passione di una donna e la debolezza morale del re. La domanda che condivido con la piccola comunità: perchè Gesù non è interviene, ma lo lascia languire fino ad essere ucciso così miseramente? Penso che Giovanni Battista è precursore anche nell’esito finale della vita di Gesù .

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Nel secondo passaggio della riflessione approfondisco il tema della martiria: seguire e testimoniare Gesù e la verità salvifica implica la disponibilità al martirio. Nel nostro tempo i martiri sono stati e continuano a essere molto numerosi. Ricordiamo in particolare i Monaci Trappisti di Thiberine, Charles de Foucauld, Annalena Tonelli… e tanti altri! In verità, prima che la vita fosse loro tolta, essi l’avevano già offerta, confermando con il sangue il dono compiuto. E’ una perfetta somiglianza con Cristo. Dobbiamo credere che, unito a quello di Cristo, il sangue dei martiri è come il chicco di frumento che, caduto in terra, porta molto frutto. Ecco qui anche noi, stamattina, abbiamo svegliato l’alba celebrando l’Eucaristia, qui attingiamo dal sangue di Cristo la grazia di seguirlo fedelmente e fare della nostra vita un dono a Lui e ai fratelli.

Trascorro la mattina nella casetta, tra studio della lingua, e la lettura di alcuni testi, intercalo tutto con la preghiera che mi accompagna sempre. Verso le 12.30 vedo Sorella B. e mi comunica che sorella J. ha continuato a interessarsi attivamente dei profughi. Le famiglie assistite dicono: “grazie a sorella J., in lei vediamo la Chiesa cattolica che per prima è venuta ad aiutarci!” Queste parole le ho sentite anche da altri. Ho detto a sorella J. che è bello ma non dobbiamo vantarci, abbiamo fatto solo il nostro dovere, per la grazia del Signore.

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Nel pomeriggio sorella B. viene a prendermi per condurmi all’incontro con le signore assistite. Il luogo è all’interno di una fila di abitazioni, perpendicolare alla strada. Ci sistemiamo seduti per terra sopra una coperta. Le donne sono una dozzina con i bambini più piccoli. C’è un laico, che sa l’inglese e fa il traduttore, è un cristiano che si presta volentieri per questo servizio. Sorella B. mi ha chiesto di scegliere un brano del Vangelo; ho scelto Gv. 8, 1-11 l’episodio della donna perdonata, con l’intenzione di far riflettere sulla condizione della donna e l’atteggiamento di Gesù. All’inizio sorella B., conoscendo il gruppo, chiede di mettere da parte ogni diverbio ed essere in pace. Fra le presenti, due hanno litigato e continuano ad insultarsi; la cosa, mi viene detto, è abbastanza frequente. Con un po’ di pazienza riusciamo a ottenere che si riconcilino e si stringano la mano.

Il laico legge il brano del Vangelo in lingua aramaica e poi ne riprende i punti principali. Quindi intervengo io in inglese, con relativa traduzione, cercando di spiegare il suo significato, sia per quanto riguarda la condizione in cui era considerata la donna e specie l’atteggiamento di Gesù di liberazione della donna, riconoscendole la sua pari dignità con l’uomo e donandole il perdono.

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Invito ad allargare la riflessione a tutte le signore presenti per sentire la loro comprensione del brano evangelico, la loro reazione e l’applicazione al vissuto sociale e religioso odierno. Diverse di loro intervengono; la mia impressione è che non è facile comprendere da parte loro, ma sento, nelle loro brevi espressioni, che qualcosa di nuovo è entrato nella loro cuore. Al termine della nostra condivisione, preghiamo il Padre nostro, dandoci la mano.

Dopo l’incontro andiamo a visitare una giovane donna che non è venuta perchè ammalata. Dopo averla trovata la conduciamo ad un vicino presidio medico, una specie di ambulatorio. Ci accoglie con molta cortesia il medico, cattolico. Visita la donna e le chiede di tornare l’indomani per un test. Parlando un po’ ci presentiamo, ci dice che domenica verrà molto volentieri alla s. Messa.

A casa sorella J. ripensando alla piccola catechesi ha commentato: “nessuno ha mai insegnato delle verità importanti e rivolto la parola a queste donne per aiutarle a pensare e riflettere”.

Un semplice incontro, rifletto, ha assunto per me un grande significato e valore in questi primi giorni dell’esperienza nella città di Gode.

6 febbraio

Oggi, sabato, il gruppo oggi non viene per il lavoro e la scuola. Così la piccola comunità fa un giorno di ritiro spirituale. Iniziamo la giornata di spiritualità celebrando l’Eucaristia alle 7.45, riflettendo su Mc 6,30-34.

Gesù “vede“ la folla e “his heart was moved with pity for them“. Vede con il “cuore”; vede le necessità primarie e i problemi delle persone, è lui il buon Samaritano. La com-passione e la misericordia di Gesù per questo popolo, ma anche per noi. La sua com-passione giungerà al vertice sacrificando la sua vita per noi.

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Come seconda riflessione propongo di approfondire “come un gregge senza pastore“. Al tempo di Gesù, c’erano di per se dei pastori; ma i profeti (cf. Ezechiele) li hanno aspramente rimproverati per il loro comportamento. Le parole di Gesù sono di grande attualità oggi, sia perchè mancano i pastori e sia anche perchè quelli che sono costituiti pastori non lo sono secondo il cuore di Gesù. Chiedo di pregare per questa particolare intenzione. Ci inoltriamo nella nostra giornata di deserto con “insegnava loro molte cose“. Ci mettiamo in ascolto, alla scuola del maestro, spezziamo il pane della Parola e il pane della Carità.

Trascorro la giornata in preghiera, meditazione e studio.

Dal mio diario…

 

Gode, città al confine

Dal 3 al 10 febbraio ho viaggiato verso la città di Gode, e ho soggiornato in questo centro, situato nella Regione dei Somali. Vi sono andato per sostituire un prete temporaneamente assente.

Ma prima di descrivere la mia permanenza ritengo opportuno premettere alcune informazioni per conoscenza.

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Alcune notizie utili

La Regione dei Somali è ubicata nel territorio est dell’Etiopia, sul  cosiddetto “corno d’Africa“, ed è una delle nove regioni in cui è suddivisa la Repubblica Federale di Etiopia; ogni regione ha un proprio parlamento e un suo governo locale. La popolazione dei Somali è della stessa etnia dei Somali della Somalia e venne incorporata nello Stato etiopico nel XIX secolo.

La grande maggioranza della popolazione è di religione islamica e risente dell’influsso della confinante Somalia. Il capoluogo della Regione è la città di Jijiga, vicina al confine con la Somalia.

Sotto il profilo ecclesiastico, la popolazione dei Somali si trova suddivisa in due Vicariati apostolici: di Harar e di Hawasa e nella Prefettura apostolica di Robe. In tutta l’estensione della regione esiste un’unica minuscola comunità cattolica con un solo presbitero, e si trova precisamente a Gode. Questa cittadina ha circa 40.000 abitanti, di cui la maggioranza è formata da Somali e musulmani; c’è una chiesa ortodossa e qualche nucleo protestante.

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Come un pellegrinaggio

Ho intrapreso questa visita come un pellegrinaggio, siamo infatti nell’Anno del Giubileo, e in questo percorso particolare mi sono ispirato a tre figure: la Beata Liduina Meneguzzi, vissuta e morta a Dire Dawa, Annalena Tonelli, che ha operato e offerto la vita in Somaliland e Charles De Foucauld, vissuto in un contesto molto simile.

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3 febbraio

Alle 7.30 ho preso l’aereo ad Addis Abeba alle 7.30. L’aereo ha fatto un primo scalo dopo circa 45 minuti a Dire Dawa. Dopo uno sguardo veloce alla città, ho ricordato e pregato la beata Liduina. Un breve volo di circa 20 minuti e un altro scalo a Jijiga; breve sosta e il volo riprende per la tappa conclusiva a Gode, dove atterro verso le 10.30.

Ad attendermi c’è Sorella J. che ho già conosciuto ad Addis Abeba; si ispira a Madre Teresa di Calcutta ed ha fatto la scelta di vivere e di testimoniare l’amore di Dio tra i più poveri e abbandonati. Uscendo dall’aeroporto, controllato strettamente dai militari, avverto subito un clima diverso dai grandi altipiani da dove arrivo, un caldo torrido sopra i 30° arrivando fino ai 35-36 gradi.

La sorella mi conduce alla casetta dove alloggia il sacerdote: semplice, essenziale, ma con una presenza meravigliosa: Gesù presente nell’Eucaristia, e questo mi dona subito un senso di sicurezza.   Dopo un breve riposo, vado nell’edificio dove vive la sorella con due giovani e dove accolgono un gruppo di donne per lavori manuali e un po’ di istruzione.

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La strada è polverosa; vedo la povertà delle abitazioni, accostiamo velocemente le mura della prigione. L’edificio dove arriviamo è situato alla periferia della città, vicino al fiume Wabi Shabelle. Saluto la giovane B. mentre S. sta riposando; ambedue avevo già conosciuto nella capitale e ammiro per la  scelta ardita che stanno compiendo.

Incontro poi le donne che sono qui ospiti quotidianamente: provengono da situazioni di sfruttamento e ora stanno ritrovando la loro dignità. I loro bambini stanno in una stanza accanto, semplicemente custoditi da una signora; purtroppo non si è trovato una maestra per loro. Ci vuole poco per entrare in sintonia con i bambini: gioco con loro e subito si affezionano anche se non dico una parola nella lingua somala.

Verso le 12.30 sorella B. le accompagna in auto nel loro quartiere, vado con loro; qualcuna conosce la lingua oromo e così posso instaurare una breve conversazione. Rientrati, ci rifocilliamo e

verso le 18.30 celebro in inglese l’Eucaristia nella cappellina. Ho un’intenzione particolare per la s. Messa è per l’evangelizzazione dei popoli, e specificamente per i Somali e per la piccola comunità cattolica. Nella mia breve riflessione dico che qui si rivive il mistero di Nazareth, riferendomi anche a C. de Foucauld .

Dopo questo momento di preghiera prendiamo un pasto frugale insieme, poi ognuno ritorna nella sua abitazione. Trascorro abbastanza tempo a pregare e meditare seduto sul pavimento davanti al tabernacolo. Ringrazio e lodo il Signore per questa giornata e per trovarmi in questo luogo così unico.

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4 febbraio

Ho trascorso la notte tranquillamente, non c’è bisogno di alcuna coperta! Mi alzo alle 5.00 e prego le lodi. Alle 6.15 sorella J. passa a prendermi per celebrare l’Eucarestia nella loro cappella. Nella mia semplice riflessione su Mc 6, 7-13 (la missione pre-pasquale dei 12) ho condiviso alcuni pensieri che portavo nel cuore:

1) E’ Gesù che invia i discepoli. Il missionario – come dice la stessa parola – è tale e autentico se è inviato da Gesù e deve coltivare la consapevolezza di essere inviato dal maestro. Gesù invia dopo che si è stati con Lui e si è acquisita l’esperienza della Persona di Gesù ( Cfr. Mc 3,14 e Gv. 1).

2) Il missionario dev’essere e presentarsi povero nel vestire e nei mezzi. Perchè deve apparire chiaramente che egli è rivestito della grazia e della forza del Signore, che Dio opera in lui e attraverso di lui.

3) Il contenuto della missione. E’ lo stesso dell’annuncio di Gesù: “Il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete nel Vangelo“ ( Mc 1,15 ).

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Dopo la colazione si va a prendere le signore. Mentre esse lavorano, io mi sistemo a parte, mi applico allo studio dell’oromo, prego e gioco un po’ con i bambini. Mi commuove una giovane donna che viene a salutarmi col sorriso dicendo qualche parola in inglese.

Quando stiamo per riportarle a casa, arriva una richiesta pressante a Sorella J. di aiuto per una donna del campo profughi che è incinta e sanguina. Partiamo subito, il campo profughi si trova nella periferia della città, in un sito molto arido; sono sistemati in modo precario sotto dei ripari formati da quattro pali coperti di frasche e stracci; dentro c’è qualche giaciglio sulla nuda terra.

Provengono da un’altra regione, dove ci sono stati scontri per questioni di terra e bestiame. Sono oltre un centinaio di famiglie, alcune sono sistemate in case in città. Sorella J. è ammirevole nell’affrontare la situazione anche come esperta infermiera : entra nella misera capanna,  poi parla con la donna e quindi la facciamo salire in auto per portarla all’ospedale.

Arriviamo all’” Emergency “, ma da qui ci mandano al reparto “Delivery“. Fino a che arriva il medico, volgo lo  sguardo qua e là a qualche reparto; lascio immaginare il livello ospedaliero. La diagnosi del medico, a detta di Sorella J, competente, è che il bambino sta bene e la donna soffre di acuta dissenteria. Meno male! Rimane ricoverata, e la sorella paga per le cure e le medicine.

Viene spontaneo chiedersi: perchè chiamano Sorella J. e non altri?

Torniamo a casa, dove intanto B. molto premurosa, ci ha preparato un po’ di pranzo e posso bere dell’acqua fresca. Ma quanta impressione mi fa questa miseria, comparandola con l’opulenza del mondo ricco di benessere! E quanti interrogativi lancinanti mi provoca! Li porto nel pomeriggio nella preghiera di adorazione davanti al Signore.

Intanto sorella J. muove mari e monti non solo per quella povera donna musulmana, ma anche per  altri profughi. Ha fatto appello al Segretariato cattolico diocesano e a varie istituzioni, al CRS ( Catholic Relief Service) degli USA e  a Missio Austria. Non son passate che un paio d’ore e nel pomeriggio la sorella è andata ancora all’ospedale. Rientrando alla sera ci diceva: abbiamo fatto umanamente il possibile, adesso lasciamo fare a Gesù. Questa testimonianza mi tocca profondamente. Ho visto chi è una missionaria della carità; missionaria della fede che opera attraverso la carità. Respiro profumo di Vangelo e ringrazio il Signore per questa pagina bellissima.

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Riflessione: la carità universale porta di pre-evangelizzazione e umanizzazione

Con Sorella J. parliamo del “ metodo “che viene adottato”. In questo contesto socio-culturale-religioso si è dell’avviso che attualmente non è possibile proporre esplicitamente la fede cristiana. Alle donne che vengono per lavoro e un pò di istruzione, si propone liberamente e in un luogo distinto, in pratica nelle loro abitazioni, un incontro settimanale di lettura e preghiera. La porta di ingresso è la carità. Questo suppone che si abbiano dei mezzi per aiutare concretamente, e ciò viene dal di fuori. Quello che importa è che si veda che chi dispone di questi mezzi li mette al servizio delle necessità dei poveri, senza guardare all’etnia e alla religione, una carità universale e per questo divina.

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Altra riflessione è che si discerne un bisogno previo di “umanizzazione“ come condizione per l’evangelizzazione, e questa può rappresentare essa stessa una via di umanizzazione. Il livello culturale è molto basso e i comportamenti sono per lo più istintivi. II concetto di matrimonio cristiano non esiste. Nessuna delle donne che sono accolte è sposata. Occorrerà dunque del tempo per la “ praeparatio evangelica “. Dio stesso non ha forse disposto l’Antico Testamento, l’ elaborazione della cultura greca e l’impero romano per la venuta del Messia? Ho detto a sorella J. che anche C. de Focauld era dello stesso avviso riguardo all’evangelizzazione dei Tuareg, ed è rimasta stupita per questa nuova pagina che sta scrivendo.

Il vescovo Antonio in viaggio tra Addis Abeba e Gode, regione dei Somali

Carissimi, invio a tutti cordiali saluti.

Ieri (domenica 31 gennaio ndR.), nel giorno del Signore,  abbiamo celebrato un matrimonio tra una giovane etiope e un italiano della diocesi di Fermo. È stata una cerimonia in stile Oromo, intensa e toccante.

Dopo la celebrazione della santa Messa sono seguiti come da tradizione i due pranzi, uno in parrocchia di Kofale con solo lo sposo; per il secondo invece ci siamo recati al villaggio della sposa distante circa un’ora di macchina.

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Il matrimonio tra la ragazza Oromo e il giovane di Fermo

Proprio per questa occasione particolare siamo stati accolti dagli anziani del villaggio, dai parenti e dalla gente. Il padre della sposa, è musulmano con tre mogli e molti figli.

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Si celebrano gli sposi

Si è seguita tutta la procedura della tradizione Oromo, secondo antichi usi locali. Le danze, i rituali, le parole, i canti intonati….tutto molto particolare, ma che sarebbe lungo descrivere; ero seduto vicino a un “cerimoniere” e con le mie  conoscenze iniziali della lingua locale ho potuto cogliere qualche spiegazione e il significato dei vari gesti e momenti.

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Tipico abbiglimento Oromo

 

Una domenica particolare e significativa! Ma non si era ancora alla conclusione, infatti verso sera ci si è recati nella vicina città di Shahameni “per il dolce”, e anche questo momento si è prolungato! Ma soprattutto ha prolungato la bellissima festa, la bellissima giornata passata in mezzo a tanti fratelli e sorelle. Il tempo è volato, è vero! Ricco e pieno di significati, siamo stati impegnati dalle dieci del mattino alle otto e mezza della sera.

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Beata Liduina Meneguzzi

Chiudo la pagina di questa domenica  comunicando che domani intraprenderò il viaggio verso Addis Abeba e mercoledì mattina prenderò l’aereo per la cittadina di Gode. Durante questo tragitto farò scalo a Dire Dawa e Jijiga. Proprio qui, in questa zona operò alla fine degli anni trenta Suor Liduina Meneguzzi, originaria della diocesi di Padova, faceva parte della congregazione delle Salesie. Morì servendo come infermiera, durante la guerra, i fratelli musulmani,  copti, cattolici. Divenne per tutti segno di amore e carità evangelica.

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Gode, nella regione dei Somali,in Etiopia

Vado a Gode, abitato dai Somali musulmani, per assistere una minuscola comunità rimasta temporaneamente senza il missionario. Qui da alcuni mesi è presente e attiva una piccola comunità di suore. Vado con una certa trepidazione, ma anche con cuore fiducioso per sostenere e incoraggiare questo avamposto missionario tra i Somali inglobati nell’Etiopia.

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Annalena Tonelli

Il clima sarà caldo torrido. Gode non è lontano dal luogo  dove ha operato ed è stata uccisa Annalena Tonelli, anche lei figura modello di missionaria incarnata dentro a questa realtà.

Sotto lo sguardo materno di Maria, muovo i miei primi passi in questo piccolo lembo di terra, dove si annuncia il vangelo delle parole semplici.

Chiedo a tutti voi un particolare ricordo nella preghiera.

+ Antonio

 

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Raggiungendo la missione

 

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Catechesi del vescovo emerito di Padova Antonio tra gli Oromo

 

 

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Il vescovo Antonio ricevuto in udienza da Papa Francesco nel mese di dicembre

La missione riprende

La missione riprende per il vescovo emerito di Padova Antonio. Pochi minuti fa, alle 19.30, è salito a bordo di un volo intercontinentale. Domani mattina, alle prime luci dell’alba, sarà di nuovo in Etiopia, per portare avanti la Plantatio Ecclesiae nella prefettura di Robe.
Missionario, con lo zaino in spalla, a servizio di Cristo e dei fratelli.
Nelle scorse settimane il vescovo Antonio è stato ospite di Villa Immacolata, in attesa del rinnovo del visto.
Grazie per il tuo esempio, vescovo Antonio!